ESSERE O NON ESSERE? MEGLIO APPARIRE…
In una società dove la prima impressione è quella che conta, il desiderio di apparire è il principio regolatore della vita della maggior parte dei giovani.
– “Mamma, mi presti 200 Euro?”
– “Cosa ci devi fare?”
– “Voglio comprarmi un paio di jeans.
Ti prego! Li portano tutti!”
Questa è un’ ipotetica conversazione tra un adolescente medio e il genitore, i quali si trovano ad affrontare, rispettivamente in maniera attiva e passiva, un contesto giovanile dove la propria autostima (e molto spesso anche la stima degli altri) è proporzionata al costo di un capo di abbigliamento, che può essere un jeans, una borsa o un paio di scarpe, oppure anche ad un oggetto come un nuovo modello di cellulare. Sono anni che i ragazzi mirano ad ottenere l’appartenenza o la distinzione da un genere spesso dettato dal clima politico, culturale e mediatico del momento.
Difatti ogni decennio storico ha avuto i suoi elementi di spicco come i tubini firmati Chanel negli anni ‘20 e ‘30, sofisticati e soprattutto legati all’emancipazione femminile, oppure i camicioni floreali degli hippy anni ‘70, simbolo di pace e libertà. Si può quindi considerare la moda lo specchio della società? Molte domande come questa e altrettante teorie ruotano intorno all’argomento, tentando di sfatare questa voglia di apparire integrati agli occhi del mondo; “l’apparenza inganna”, “l’abito non fa il monaco” e via dicendo, sono le frasi che milioni di adulti propinano ai giovani sempre più schiavi della moda. D’altro canto, negli ultimi tempi soprattutto, la pubblicità si propone come controparte, mostrando baby – modelle (tra)vestite da femme fatale o ragazzi in mutande (rigorosamente di marca!) dal fisico perfetto tanto quanto una statua di Canova. Chiunque di fronte a ciò interiorizzerebbe un momentaneo semi – dramma esistenziale, e, se si considera un giovane non ancora formato ne nel fisico ne nel carattere, il tormento interiore si accentua notevolmente. Soprattutto negli ambienti giovanili come scuole o discoteche, ma anche nei contesti lavorativi, l’aria che si respira è spesso competitiva, dato che nella maggior parte dei casi screditare qualcuno significa automaticamente far valere la propria persona e quale modo migliore se non basarsi sulla prima impressione? Basta indossare un capo sbagliato nel contesto sbagliato e una persona viene etichettata senza neanche aver detto una parola; un abbigliamento normale rischia di cadere nell’anonimato, invece un capo particolare potrebbe diventare esagerato oppure una gonna troppo lunga rende una ragazza austera, viceversa se è troppo corta la rende volgare.
Aumenta così l’insicurezza dei ragazzi che per integrarsi nella massa sono disposti a spendere cifre esorbitanti in vestiario o addirittura a compromettere la salute con diete improvvisate trovate su Internet. Le case di moda, le sfilate e la televisione ci propongono stereotipi troppo lontani dalla realtà, offuscando quella semplicità che caratterizza la maggior parte della gente comune. Ci si chiede allora come mai la moda spesso intraprenda (con giovani al seguito) un cammino a volte deleterio.
IL VESTITO? UNA MASCHERA…
Volendo analizzare l’aspetto più psicologico della moda è possibile paragonare il vestito ad una maschera, volta a celare o amplificare vari aspetti che non sempre ci appartengono. Somigliare a “quella lì della TV” a volte porta ad avere atteggiamenti estranei a ciò che si è realmente. Anche il cinema ci ha mostrato il mondo della moda in vari aspetti: è del 2006 il film – commedia “Il diavolo veste Prada”, il cui titolo già la dice lunga, visto che rende perfettamente l’idea del tagliente mondo dell’alta moda, dove le passerelle sono sature di finti sorrisi e cinismo a non finire.
Oppure è nei ricordi di tutti la perfida Crudelia De Mon del cartone animato Disney “La Carica dei 101” che non esita a perseguitare cuccioli di dalmata per farsi una pelliccia.
Fortunatamente, essendo una favola, il lieto fine è assicurato, il che purtroppo nella realtà non succede; pensare ad animaletti uccisi per creare capi d’abbigliamento fa vedere ancor di più le cose nella giusta prospettiva, cioè quanto sia spietato questo ambiente (le numerosissime associazioni animaliste lottano quotidianamente per porre fine a questa orrenda pratica). Il vestito ha ormai perso l’utilità pudica per cui è nato, mentre è diventato quasi esclusivamente un elemento decorativo del corpo e dello spirito.
E’dunque giusto voler apparire? Si, ma come in tutte le cose ciò che deve prevalere è la giusta misura: principalmente bisogna star bene con se stessi e parte della serenità interiore dipende anche dal proprio aspetto, ma questo non vuol dire che la moda deve renderci schiavi; deve solo essere un mezzo e non uno scopo.
Sta all’intelligenza della gente non lasciarsi condizionare troppo la vita dalle tendenze del momento e inserire nello stile che si segue un tocco personale, il che non vuol dire spendere necessariamente cifre da capogiro.
Infatti le vere mete da raggiungere sono altre, prima tra tutte dimostrare a questa società modaiola così materialista che dietro a quei giovani che tenta di omologare ci sono principalmente persone che vogliono venir fuori in tutte le loro sfaccettature, persone sicuramente non perfette, ma certamente l’una diversa dall’altra.
E’ questo che ci rende diversi da una produzione in serie: una personalità che non deve solo apparire, ma essere!
Chiara VAGNI


















