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	<title>Domenica Roma &#187; Film</title>
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		<title>claire danes</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 08:31:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL PERCORSO DI UNA STAR: CLAIRE DANES Da “Romeo + Juliet” di Baz Luhrmann a “Temple Grandin” premiato al recente Roma Fiction Fest Dal Roma Fiction Fest agli Emmy, Temple Grandin (HBO) fa incetta di premi. Il Tv Drama diretto da Mick Jackson e interpretato da Claire Danes è stato presentato in concorso durante la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/10/templegradin1-555x228.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-1153" title="templegradin1-555x228" src="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/10/templegradin1-555x228-300x123.jpg" alt="" width="300" height="123" /></a></p>
<p>IL PERCORSO DI UNA STAR:</p>
<p>CLAIRE DANES</p>
<p>Da <strong>“Romeo + Juliet”</strong> di Baz Luhrmann a <strong>“Temple Grandin” </strong>premiato al recente Roma Fiction Fest</p>
<p>Dal Roma Fiction Fest agli Emmy, Temple Grandin (HBO) fa incetta di premi. Il Tv Drama diretto da Mick Jackson e interpretato da Claire Danes è stato presentato in concorso durante la IV edizione del Roma Fiction Fest lo scorso luglio aggiudicandosi  il premio per la miglior attrice protagonista.  Claire Danes sul palco del festival capitolino insieme al regista per ricevere il premio, visibilmente commossa , ha dedicato il riconoscimento alla “vera” Temple Grandin. Facciamo allora un passo indietro e analizziamo il film che le ha dato il gran successo di cui gode oggi. Il  film Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann è una rilettura attraverso l’immaginario contemporaneo del dramma celeberrimo di William Shakespeare cui peraltro, sin dal titolo, viene sottolineata la fedeltà al testo. Il film reso un musical dal brillante regista Luhrmann, è un qualcosa di spettacolare che non può non colpire i nostri cuori per l’intenso connubio di musiche e giochi di colori scenici uniti ad un’ambientazione più che moderna. E’ l’antica storia di un amore puro costretto a morire presto a causa dell’accesa fiamma dell’ odio, ma capace di rimanere eterno in confronto all’indissolubile sentimento dell’amore. Ad interpretare il musical sono proprio Leonardo Di Caprio e Claire Danes che percorrono la più geniale, visionaria ed innovativa versione del capolavoro letterario di William Shakespeare. Odio, amore, rancore, passione, seduzione, sensualità, violenza, sono i protagonisti della storia moderna dei due amanti. La maggior parte del film è ambientata in un sobborgo immaginario di Los Angeles chiamato Verona Beach. Il nome di questo luogo gioca sul fatto che a Los Angeles esiste realmente un luogo chiamato Verona Beach, una città al tempo stesso mistica ed esoterica, dove ritroviamo ancora una volta le due famiglie rivali, Montecchi e Capuleti, da sempre in conflitto tra loro, pronte a sfidarsi su tutto senza timore di nulla. Il tutto è interpretato con un ritmo frenetico, incalzante, con duellanti armati di passione. Sembra naturale il modo in cui il sacro ed il profano si uniscono insieme per inseguire la stessa fitta trama dove le croci, simboli e cuori di Gesù, tatuate nel corpo del prete si susseguono alle  immagini di tv trash che mostrano la violenza delle moderne armi usate dai protagonisti, come le pistole sostituite alle spade originarie. Nessuna riluttanza nel mostrare la cruda realtà dell’odio spinto all’eccesso quasi da sembrare irreale. Il mondo intorno ai due amanti sembra cupo, buio, sembra costretto da una notte infinita incapace di mostrare anche solo qualche raggio di sole, di luce e quindi di vita. A questa crudele violenza si contrappone l’amore puro dei due amanti che illuminano la storia. Romeo si mostra capace di amare fino alla morte, che riflette e si interroga approfonditamente fino a giungere nelle parti più intime e più nascoste dei suoi sentimenti riscoprendo cosa vuol dire amare. Giulietta è una ragazza semplice ma nel contempo decisa ad agire nel rispetto dei suoi principi legati ai veri sentimenti verso Romeo. C’è ritmo, c’è azione, c’è un miscuglio di pathos e di drammaticità che culmina in una follia collettiva, tanto più assurda perché generata da un radicato ma altrettanto assurdo odio. Suggestiva è la scena finale della morte dei due amanti: Luhrmann inquadra dall’alto i corpi dei due giovani  in un tripudio di candele accese che li circondano e illuminano come fossero stati immolati su un altare barocco. Magica e suggestiva è la voce di Desirée nella la sua Kissing you , colonna sonora del musical che  riempie di calore l’entusiasmante incontro dei due protagonisti. Attraverso la giustapposizione di amore e odio, Luhrmann comunica che l&#8217;amore è troppo fragile per sopravvivere in una società in cui prevalgano  l&#8217;odio e la violenza. La conclusione della tragedia è l’aspetto che più diversifica l’originale di Shakespeare con la rappresentazione di Luhrmann, nella quale Giulietta si risveglia proprio mentre Romeo sta bevendo il veleno, una scena ricca di pathos in quanto gli occhi dei due si incontrano per brevi attimi, gli ultimi del loro amore e della loro vita passata insieme. Romeo muore nella consapevolezza di essersi ucciso senza motivo e Giulietta ormai uccisa dal dolore prende la pistola di Romeo e si spara il colpo per lei mortale. Così si conclude Romeo + Giulietta, un’ opera profondamente romantica e originale in grado di trasmettere anche alle nuove generazioni il senso e l’anima della più grande storia d’amore di tutti i tempi. Lasciamoci così emozionare da questo film denso di emozioni e dall’interpretazione eccelsa della protagonista giustamente premiata al Roma Fiction Festival.</p>
<p><strong>Gloria </strong><strong>Gargano</strong></p>
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		<title>&#8216;sti giovani de &#8216;sta roma bella</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 08:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Film]]></category>

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		<description><![CDATA[‘sti giovanotti de ‘sta ROMA BELLA Roma, e soprattutto la romanità, da sempre grandi protagoniste di musica, cinema e teatro. Erano i primi anni del ‘700 quando a Roma nacque Giuseppe Gioacchino Belli, per molti semplice poeta romano, ma per tanti altri il primo a delineare un realistico profilo di quella che, nel corso dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://'stigiovanide'staromabella"><img class="alignnone size-full wp-image-969" title="cinema_555x150" src="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/05/cinema_555x150.jpg" alt="cinema_555x150" width="555" height="150" /></a></p>
<p>‘sti giovanotti de ‘sta ROMA BELLA</p>
<p>Roma, e soprattutto la romanità, da sempre grandi protagoniste di musica, cinema e teatro.</p>
<p>Erano i primi anni del ‘700 quando a Roma nacque Giuseppe Gioacchino Belli, per molti semplice poeta romano, ma per tanti altri il primo a delineare un realistico profilo di quella che, nel corso dei secoli, è diventata la tipica figura dell’abitante romano.</p>
<p>Autore di innumerevoli sonetti che descrivevano in dialetto usi e costumi il ceto più popolare della Città Eterna dei quei tempi, il Belli ha consacrato la romanità come lui stesso dice nell’ “Introduzione alla raccolta dei sonetti”. “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo.</p>
<p>Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.”.  Circa un secolo più tardi Carlo Alberto Salustri, meglio conosciuto come Trilussa, seguì le orme del Belli con la poesia romanesca prendendo spunto dalla gente semplice e dall’aria che si respirava tra le strade di Roma. Entrambi i grandi poeti hanno omaggiato la capitale della maestosità che le spetta, dichiarandole amore e devozione in più di qualche verso: “Si moro e poi rinasco, prego Dio d’arinasce a Roma mia!”. (G. G. Belli)   Insieme ai versi scritti acquistano importanza gli stornelli romani, originariamente componimenti improvvisati in rima, cantati per le strade dal popolo e che trattano la romanità più pura della tavola, la sofferenza dei carcerati di Regina Coeli (prigione sul Lungotevere trasteverino), la vita quotidiana tra i vicoletti, l’amore in ogni sua forma. Complice lo sviluppo della discografia e la bravura degli interpreti, gli stornelli diventano famosi non solo a Roma e lanciano nomi che ancora adesso sono apprezzati in tutto il panorama italiano. Lando Fiorini, Alvaro Amici, Gabriella Ferri sono solo alcuni dei grandi artisti che hanno reso celebri canzoni popolari come “La società dei magnaccioni”, “Te c’hanno mai mandato a quer paese”, “Cento Campane”. Si autodefiniscono nel “manifesto” degli stornelli di Nino Manfredi, “Tanto pè cantà”: “<strong><em>..canzoni belle e appassionate, che Roma mia m’aricordate, cantate solo pe’ dispetto ma co’ ’na smania dentro ar petto..</em></strong>”  E si sa, dalle canzoni nascono storie e sentimenti, che inevitabilmente vengono portati sul palcoscenico con successo. Risale al 1962 la prima edizione di “Rugantino”, commedia musicale realizzata da Garinei e Giovannini, rappresentata per la prima volta al teatro Sistina di Roma. Enorme successo, tutt’ora rielaborato e replicato (tra le nuove edizioni la più riuscita è quella del 1998 con Valerio Mastandrea), racconta la storia tragicomica di Rugantino, giovane svogliato e spaccone della Roma del XIX secolo che si troverà innamorato della bella Rosetta e condannato a morte per conquistare l’onore e il rispetto di chi l’aveva sempre considerato poco meno di niente.</p>
<p>Oltre alla bella storia, decretano il successo dell’opera la colonna sonora composta dai stornelli (“Roma nun fa la stupida stasera” resta indimenticabile) e i protagonisti Nino Manfredi e Aldo Fabrizi, due compianti e memorabili attori dello spettacolo romano. Ed è proprio qui, a inizio anni ‘60, che Roma da il meglio di sé: moltissimi attori romani di questo periodo contribuiscono alla nascita della commedia all’italiana, filone cinematografico che rispecchia l’Italia del periodo, quella del boom economico, socialmente emancipata, con vizi e virtù, comica e tragica allo stesso tempo; in maniera riuscitissima, unisce alle situazioni comiche una sottile ironia, che a volte può anche sfociare in momenti di profonda amarezza e drammaticità. Il genere racchiude alcuni dei più grandi nomi di sempre: oltre a Totò e Aldo Fabrizi, precursori del genere, indiscussi protagonisti dei primi passi della commedia sono Nino Manfredi, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni per poi trovare, qualche anno più tardi Lino Banfi, Gigi Proietti, Carlo Verdone; inoltre non possiamo non aggiungere le attrici Monica Vitti e Sofia Loren e i registi Vittorio De Sica, Steno, Dino Risi e Mario Monicelli. Questi e una lunghissima lista di grandi nomi hanno contributo a rendere celebre questo grande periodo cinematografico, che ha sfornato titoli come “I soliti ignoti” (M. Monicelli, 1958) e “Divorzio all’italiana” (P.Germi, 1962), solo per citarne alcuni. Le ambientazioni rappresentano l’Italia in tutte le sue sfaccettature, ma inutile dire che Roma, nella maggior parte dei film, ha fatto da protagonista, sia perché inizialmente la commedia all’italiana nasce a Cinecittà, sia perché la maggior parte degli attori che hanno maggiormente contribuito sono romani chi per nascita, chi per adozione. Il personaggio del tipico romano amante del vino e della tavola, furbo e simpatico, viene esportato in tutto il mondo con grande successo.</p>
<p>I riti, i detti popolari e le tradizioni di Roma appartengono da secoli ai romani, che ne vanno fieri e che amano far conoscere il loro modo di essere. Con quella parlata estrosa e quella spavalda simpatia il romano è da sempre una delle rappresentazioni preferite da tutto il panorama dello spettacolo: la romanità è l’essenza del cittadino della Capitale, quell’emozione che da passare sotto il Colosseo o girare tra le casette e le osterie di Trastevere, ricche di storia e che rendono tanto fiero il romano, quel romano un po’ brusco e spesso considerato cafone, ma tanto “bono de core” e tanto devoto a Roma sua. Quella Roma così “<strong><em>bella quanno è sera</em></strong>”, “<strong><em>così grande quanno è er tramonto</em></strong>”, la Roma Città Eterna.</p>
<p align="right"><strong>Chiara VAGNI</strong></p>
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		<title>amore semplicemente complicato</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 09:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[amore semplicemente complicato “Mine vaganti” : Ozpetek riporta sullo schermo l’amore in tutte le sue forme. Il regista italo &#8211; turco Ferzan Ozpetek fa di nuovo centro nel trattare un tema attuale come l’omosessualità, in maniera leggera e umoristica senza cadere nel superficiale. Omosessualità non nel senso stretto del termine, ma in quanto difficoltà di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://amoresemplicementecomplicato"><img class="alignnone size-full wp-image-888" title="cinema1_555x250" src="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/04/cinema1_555x250.jpg" alt="cinema1_555x250" width="555" height="250" /></a></p>
<p><strong>amore semplicemente complicato</strong></p>
<p>“Mine vaganti” : Ozpetek riporta sullo schermo l’amore in tutte le sue forme.<strong></strong></p>
<p>Il regista italo &#8211; turco Ferzan Ozpetek fa di nuovo centro nel trattare un tema attuale come l’omosessualità, in maniera leggera e umoristica senza cadere nel superficiale. Omosessualità non nel senso stretto del termine, ma in quanto difficoltà di farsi accettare, a volte anche dai propri cari. Nettamente diverso dai suoi film precendenti, indubbiamente di grande qualità, ma molto malinconici e aspri come “Le fate ignoranti” (2001), “La finestra di fronte” (2003) e “Saturno contro” (2007), “Mine vaganti” è lo specchio di quanto possa essere difficile legare, nella società odierna, l’idea di omosessualità con quella della tipica famiglia numerosa e tradizionalista. Il nucleo centrale del film è proprio questo: come confessare di essere gay alla bigottissima famiglia che vive in una realtà meridionale restìa ai cambiamenti? E’ il problema di Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio), giovane salentino trapiantato a Roma, una Roma dalla mentalità molto più aperta del “suo” Sud e dove il ragazzo si rende conto della propria identità sessuale, vivendola alla luce del sole. Complice un viaggio di ritorno a casa per entrare a far parte della società di famiglia, Tommaso prende la coraggiosa decisione di rivelare il grande segreto, pur sapendo che farà esplodere una vera e propria bomba nella tranquilla e stimata famiglia Cantone. Ed è proprio qui che si snoda un intreccio corale di personaggi, ognuno con una sua particolarità e ognuno dedito a tener su una maschera che non rispecchia per niente la reale identità. Difatti il capofamiglia Vincenzo (Ennio Fantastichini) è un severo e autoritario borghese, il cui obbiettivo principale è salvaguardare l’idea decorosa di famiglia, ma contemporaneamente è il maschilista e adultero marito di Stefania (Lunetta Savino), madre apprensiva e moglie sottomessa ad un coniuge e ad una società nella quale necessariamente deve mantenere le sue idee sempre un passo indietro. Tommaso è il secondo dei tre figli: c’è Elena, la più piccola, che non vuole finire a fare la donna di casa e il primogenito Antonio (Alessandro Preziosi), figlio modello con la testa sulle spalle (apparentemente!) pronto a gestire l’azienda di famiglia. Della famiglia fanno parte anche l’eccentrica zia Luciana (Elena Sofia Ricci) e la nonna (Ilaria Occhini), un pò la voce fuori dal coro, perchè, malgrado l’età che la dovrebbe rendere poco moderna, è l’unica a ribellarsi all’idea convenzionale dell’amore. Da questo quadro abbastanza svampito scaturice il titolo del film: ogni personaggio è una mina vagante pronta a far esplodere la sua vera personalità da un momento all’altro. Ed è pronto a far esplodere il suo segreto anche Tommaso se non fosse per il fatto che il fratello Antonio lo batte sul tempo, rivelando a sorpresa anche lui le sue tendenze alternative, sconvolgendo la lineare tranquillità familiare e mandando il padre in ospedale per la dura notizia che gli è piombata addosso. Tommaso si troverà costretto al silenzio per non dare il colpo di grazia al padre e all’intera famiglia e spiazzato dalla corte di Alba (Nicole Grimaudo), bellissima ragazza che entra a far parte di questo scombinato contesto. Il sottotitolo del film afferma che “l’unica cosa più complicata dell’amore è la famiglia” ed è proprio questo il concetto attorno a cui ruota tutta la storia; le varie sfaccettature di ogni personaggio, ognuno con i suoi problemi di comunicazione verso coloro che non dovrebbero giudicare, ma solo sostenere qualsiasi scelta personale. Cosa che non fa la famiglia di Tommaso e che invece fanno i suoi amici romani quando arrivano a Lecce, scombussolando degli equilibri già precari. Questi personaggi sono una sorta di famiglia che il protagonista si è scelto, in alternativa a quella d’appartenenza distante sia per chilometri che per mentalità. Discorsi profondi e momenti di ilarità si accavallano in un film che scorre bene, ma che fa anche riflettere tanto su come sia difficile accettare una famiglia che non ti accetta per come sei realmente, una condizione molto comune per tanti giovani gay che oggigiorno si trovano ad affrontare, oltre ad un momento di difficoltà interiore, anche una forte crisi con il mondo esterno. Una notevole parte di questa società purtroppo, per quanto possa essere sviluppata, non è in grado di comprendere la “diversità” (se così vogliamo chiamarla!) e considera ancora l’omosessualità come una malattia da guarire, un’anima smarrita da riportare sulla retta via. Pensiero sbagliato e forse anche un pò arrogante perchè nessuno ha il diritto di affermare univesalmente quale sia la forma giusta dell’amore. C’è l’amore per la famiglia, per il proprio compagno/a, per se stessi, per il proprio cane&#8230; L’amore è semplicemente felicità e non conta in che modo la si raggiunga: discriminare una persona perchè gay è esercitare una forma di razzismo su chi è alla ricerca di un benessere esclusivamente personale, perchè al fine dei conti, una coppia dello stesso sesso non nuoce a nessuno. Anzi! In un momento in cui i valori morali sono in crisi, ogni forma d’amore è ben accetta per testimoniare che gli affetti sono ancora parte integrante di questo mondo. Una storia già bella è accompagnata inoltre da suggestive atmosfere girate nel leccese e da una colonna sonora splendida composta da Pasquale Catalano, che contiene anche dei brani di Patty Pravo: tutto l’insieme rende il film degno dei precedenti di Ozpetek, tanto da essere stato un successo sia al botteghino, sia al 70° Festival di Berlino, dove fu presentato in anteprima fuori concorso. Meritatissimo il successo per il modo in cui è stato realizzato, ma soprattutto per la grande verità che esprime perchè, come dice l’anziana nonna a Tommaso: “non farti mai dire dagli altri chi devi amare e chi devi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre”. Ed è un consiglio esteso a tutti.</p>
<p><strong>Chiara vagni</strong></p>
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		<title>da 8 1/2 a nine</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 14:15:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Film]]></category>

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		<description><![CDATA[da 8 1/2 a NINE A distanza di 47 anni, rivive al cinema il mito del maestro Fellini, in un musical dal cast stellare e dai toni vivaci e sensuali. Nel 1963, dopo il grande successo della “Dolce Vita”, Federico Fellini porta sugli schermi probabilmente il suo più grande capolavoro: “8 ½”, titolo che nasce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://da81/2anine"><img class="alignnone size-full wp-image-818" title="cinema1_555x150" src="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/03/cinema1_555x150.jpg" alt="cinema1_555x150" width="555" height="200" /></a></p>
<p><strong>da 8 1/2 a NINE</strong></p>
<p><strong>A distanza di 47 anni, rivive al cinema il mito del maestro Fellini, in un musical dal cast stellare e dai toni vivaci e sensuali.</strong><strong></strong></p>
<p><a href="http://da81/2anine"><img class="alignnone size-full wp-image-819" title="cinema2_555x150" src="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/03/cinema2_555x150.jpg" alt="cinema2_555x150" width="555" height="200" /></a></p>
<p>Nel 1963, dopo il grande successo della “Dolce Vita”, Federico Fellini porta sugli schermi probabilmente il suo più grande capolavoro: “8 ½”, titolo che nasce dal numero delle sue realizzazioni, cioè otto film ed un cortometraggio.</p>
<p>Come disse lo stesso Fellini “è la storia di un regista che non sapeva più qual era il film che voleva fare”. Ci troviamo nell’amatissima e decantata Roma degli anni ‘60, stiamo parlando di Guido (Marcello Mastroianni), regista in crisi creativa e in crisi con se stesso, circondato da donne (la moglie Luisa, l’amante Carla, la musa ispiratrice interpretata da un’intensa Claudia Cardinale), alle prese con la realizzazione di un film che non c’è e che non ne vuol sapere di venir fuori. “8 ½” è strutturato sull’analisi interiore di Guido che non riesce a mettere sullo schermo le sue elaborazioni mentali; infatti, realtà, ricordi e immaginazione si alternano continuamente e creano una sorta di diario sull’evoluzione di un film, che diventerà poi il film stesso. E’ evidente che Guido non è altro che la proiezione dello stesso Fellini: in un’intervista a Giovanni Grazzini, famoso critico cinematografico, egli ricorda quanto fossero astratte ed incerte le idee su questo nuovo, attesissimo film. Ma del resto si sa che il genio smarrito crea il capolavoro: “8 ½” vince due premi Oscar, tra cui quello per il miglior film straniero. La pellicola stravolge l’intero panorama cinematografico italiano, nasce lo stile “felliniano” e lo stesso regista, per altro personaggio dallo spiccato senso dell’umorismo, in una celebre battuta afferma che “aveva sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo!”.</p>
<p>Nel corso degli anni, Federico Fellini e i suoi film diventano fonte d’ispirazione per i registi di tutto il mondo; lo stesso “8 ½” nel 2003 sbarca a Broadway in un musical interpretato da Antonio Banderas e tutt’ora replicato.</p>
<p><a href="http://da81/2anine"><img class="alignnone size-full wp-image-820" title="cinema_singola" src="http://www.domenicaroma.it/wp-content/uploads/2010/03/cinema_singola.jpg" alt="cinema_singola" width="567" height="397" /></a></p>
<p>Ed è proprio ripartendo da qui che Rob Marshall (regista statunitense, lo stesso di “Chicago”) crea “Nine”, portando sullo schermo un film che unisce le atmosfere felliniane a quelle scanzonate, tipiche del musical. Protagonista è Daniel Day-Lewis, ed è inutile dire che per reggere l’inevitabile confronto con Mastroianni, non bastava interpretare Guido secondo copione. Day-Lewis ha dovuto dare al personaggio un’elaborazione del tutto personale, carismatica e a tratti nevrotica; era fondamentale entrare nella sua psicologia e adattarlo a se stesso, facendo molta attenzione a differenziarsi dal grande Marcello, che ancora adesso l’interpretazione di Guido ce l’ha cucita addosso. Come in “8 ½”, parte integrante della pellicola hollywoodiana è il rapporto che il protagonista ha con ogni sorta di figura femminile, tutte le donne che lo circondano hanno un ruolo ben preciso: Marion Cotillard interpreta la moglie Luisa, dolce ed elegante, la più grande debolezza di Guido; difatti egli, sotto pressione per il suo film, continuamente assillato dall’opinione pubblica, troppo preso dalla sua amante (una Penelope Cruz più sensuale che mai!), dimentica quanto Luisa sia importante per lui; è continuamente in fuga da questo rapporto, ma inconsapevolmente non può farne a meno. Claudia, eterea e raffinata nei panni della diva già affermata, musa incontrastata di Guido, è egregiamente interpretata da Nicole Kidman, che riesce a mantenere inalterata da classe che caratterizza il personaggio che fu della Cardinale. Non mancano inoltre i tributi al cinema italiano: infatti il cast ospita in ruoli secondari attori delle nostre scene come Ricky Tognazzi e Valerio Mastandrea, ma degna di nota è la partecipazione di Sofia Loren nei panni della madre del protagonista: fa sporadiche apparizioni caratterizzanti i ricordi d’infanzia di Guido, che, nonostante sia morta, la immagina ancora acconto a sé, sottolineando l’importanza che l’uomo (in particolare quello italiano!) conferisce alla figura materna. Costumi lussuriosi, canzoni e balletti ben fatti rendono questo film fondamentalmente troppo americano; ma le ambientazioni romane e la psicologia del film, sono un omaggio a quello che fu il grande originale.</p>
<p>Sarebbe stata un’idea troppo presuntuosa tentare di farne un remake: Marshall è stato abile nel fare un film del tutto personale restando però fedele alla trama e alle intenzioni iniziali, che prevedevano una morale principalmente veritiera raccontata in maniera poetica, quasi favolistica. Fellini, ritraendo Guido in tutte le sue debolezze, parla al mondo non solo del blocco creativo di un’artista, ma del disagio interiore di un semplice uomo di fronte alla vita e alle sue molteplici sfaccettature. La scena finale di “8 ½”, accompagnata dal sottofondo di una marcia da circo, è un grande e lineare girotondo, con tutti i personaggi che hanno caratterizzato la vita e il film di Guido, metafora del ritrovato equilibrio interiore del protagonista. In uno dei più bei dialoghi, Guido, parlando con Claudia, da voce alla grande verità del film dicendo che “soprattutto non ha voglia di raccontare un’altra storia bugiarda”. E a distanza di 47 anni, il successo di questa storia ci conferma che il grande maestro è riuscito nel suo intento.</p>
<p align="right"><strong>Chiara VAGNI</strong></p>
<p align="right">
<p align="right"><strong>FONTI BIBLIOGRAFICHE: </strong></p>
<p align="right"><strong>-  Federico Fellini, “Intervista sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini, ed. Laterza</strong></p>
<p align="right"><strong>-           Mario Verdone, “Federico Fellini”, ed. Il Castoro</strong></p>
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